#484 – De libertate: la libertà non esiste.
De libertate
È Sant’ambrogio e mentre scrivo sta terminando la prima della Scala: Una lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Šostakovič.
I giornali hanno parlato largamente del fatto che si tratta di un’opera russa e non particolarmente conosciuta. La scelta diventa quindi argomento di dibattito partitico, come la parziale assenza delle istituzioni alla rappresentazione. Mattarella e la Meloni non ci sono. Ma tralasciando la bagarre, la cosa che mi ha colpito di questa prima è la scelta di un’opera che inneggia alla libertà.
(#481) Sono confuso dal concetto di libertà. Sono portato a pensare, come per la verità che, semplicemente, non esista.
Noi uomini amiamo creare costrutti complessi, che ci conferiscano un’importanza che non abbiamo. Così seduto sulla poltroncina verde della libreria, leggendo Epitteto, anche la libertà si è messa in un posto ragionevole della mia mente.
Nel corso della storia ognuno ha dato la sua opinione creando un contesto dove, più del solito, si è scritto tutto e il suo contrario. Ma quello che mi ha colpito di più è la parzialità della sua definizione, legata alla contingenza della vita dello scrivente.
«Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.» (D. Alighieri)
Per gli esseri umani è molto più importante sapere di possederla che capire che cos’è. Affascinante.
Ma io ricerco le cause e i sistemi e non posso accontentarmi.
(#361, #384) Può un essere umano sopravvivere senza essere soggetto a un’etica?
Forse in un mondo dove è l’unico esemplare di essere umano vivente. Ma considerato che questo non esiste e non può esistere, la risposta dovrebbe essere no.
Sappiamo che ogni etica agisce allo stesso modo, con tanta più veemenza quanto più grande è il suo potere. Le sue armi, il flauto e il bastone, lavorano incessantemente per mantenere il suo potere e accrescerlo.
Come possiamo essere liberi?
Per farlo dobbiamo evitare di sottostare alla schiavitù del bastone, libertà del fare, e a quella del flauto, libertà dell’essere.
Voglio poter dire che due più due fa quattro (G. Orwell) o e pur si muove (apocrifa Galileo). Voglio poter uscire e fare sesso con una donna prima del matrimonio, o con un uomo, o con una donna sposata. O qualunque altra azione. Il bastone ce lo impedisce, se non sta bene all’etica vigente. Una guardia informata delle nostre intenzioni, eviterà con la forza che il fatto si compia, o che si possa compiere di nuovo.
Diverso è il discorso se di fronte alla chiara opportunità di poter fare sesso prima del matrimonio sarò io, dilaniato dai miei sensi di colpa, a rinunciarvi, senza l’intervento di un rappresentante dell’etica. Così sembrerebbe una scelta libera, ma non lo è. Nel corso del tempo il flauto ha creato un suo rappresentante immateriale al nostro interno, che ci sorveglia in ogni istante. Che ci opprime dall’interno, privandoci della nostra libertà di essere. Si chiama Super-io.
Ammettere di essere liberi vuol dire ammazzare tutte le guardie e il proprio Super-io, un’impresa titanica. Inoltre si sa che dopo ogni guerra inizia la ricostruzione.
Quanto può durare un vuoto d’etica?
(#182) Solo il tempo che una nuova appaia e ne prenda il posto.
Ma ammettiamo pure che sia la nostra etica a governare dopo la guerra. In questo modo saremmo noi a essere liberi e gli altri ad essere schiavi. Questo è quello che importa, la nostra libertà.
Sembrerebbe a prima vista una buona soluzione. Ma saremmo davvero liberi?
(#480, #483) Non lo saremo secondo Epitteto, perché eliminato il Super-io rimarremo in balia del nostro ES, di quelle pulsioni primitive che sono state combattute nel corso di tutta la storia dell’umanità. Essere schiavi dei propri vizi non ci rende più liberi di essere schiavi di un’etica qualsiasi.
Per liberarci dovremmo quindi istruire il nostro Io ai più alti principi stoici.
(#391) Ma se anche vivessimo secondo apatheia, non potremo mai liberarci dalla gabbia della vita, il Rat RACE, perché esistono i moventi biologici ineliminabili.
Ammesso che si riesca nel concludere quest’opera mastodontica con successo, mi resta un’ultima domanda.
(#417, #463) Se prendiamo le distanze da tutto, non resterà più nessuna volontà se non l’auto-limitazione degli istinti dell’ES. Da cosa sarà riempita la nostra colonna dei moventi nella morale? Si ridurrà ai soli bisogni fisiologici? Sarà impossibile inventare un fine romantico? Perché dovremmo alzarci dal letto la mattina a questo punto?
La ricerca della libertà distrugge definitivamente il fine dell’esistenza, riconducendolo inesorabilmente alla morte. Vale la pena vivere la vita in questi termini?
Questa domanda ci riporta a Camus:
“C’è un solo problema filosofico veramente serio: il suicidio.” (A. Camus)
Forse conviene mettere da parte il pomposo concetto di libertà, e trattarlo come invece gli esseri umani vorrebbero.
La libertà non esiste.
Lasciami fare quel che ho voglia di fare, almeno ogni tanto, così posso sentirmi contento e vivere il mio fine romantico.
“What you want, Baby, I got it,
what you need, Do you know I got it? All I’m askin’,
is for a little respect when you get home (just a little bit),
hey baby (just a little bit) when you get home,
(just a little bit) mister (just a little bit)”
Correva l’anno 1967
Aretha Franklin – Respect